Gay & Bisex
Montare i mobili e poi me
03.02.2026 |
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"Massimo, ancora nel pieno dell’estasi anale, aprì la bocca, accogliendo il cazzo di Ivan..."
Massimo osservava il suo riflesso opaco nel vetro della finestra, una figura di uomo di quarantacinque anni, i contorni sfumati dal crepuscolo che s’allungava sulla periferia. Quindici anni di matrimonio si erano dissolti come fumo, lasciando dietro di sé un vuoto che neppure i tre figli, ormai grandi, riuscivano a colmare del tutto. La villa ereditata, un tempo nido di ricordi polverosi, ora rappresentava un nuovo inizio, una tela bianca su cui dipingere una vita diversa. Una vita solitaria, forse, o almeno così credeva. Ma un’agitazione, un fremito inatteso, aveva iniziato a scuoterlo nelle ultime settimane, un interesse nuovo, inesplorato, per figure maschili. Un’attrazione che aveva sempre represso, celata sotto il velo di una vita convenzionale.Per accelerare il trasferimento, Massimo aveva deciso di arredare la villa. Trovarsi in un negozio di mobili della sua piccola città di provincia era quasi surreale. Le luci al neon riflettevano sulle superfici laccate, i divani esposti sembravano in attesa di storie mai vissute. Dopo aver scelto un salotto, una camera da letto e un tavolo per la cucina, si avviò verso l’ufficio per concordare trasporto e montaggio. Mentre attraversava il labirinto di esposizioni, un gruppetto di tre uomini in uniforme lo precedeva. Erano la squadra addetta alle consegne. Il più anziano, Roberto, avrà avuto una cinquantina d’anni, i capelli radi e una pancia prominente che premeva contro la divisa. Gli altri due, Ivan e David, non superavano i ventidue, entrambi con spalle larghe che tendevano il tessuto blu, magrissimi.
David si sporse verso Ivan, la voce bassa ma sufficientemente chiara da raggiungere le orecchie di Massimo, che camminava a pochi passi dietro.
«Sono così arrapato che mi scoperei pure un uomo o un buco nel muro, non importa.»
Il cuore di Massimo ebbe un sussulto, un battito irregolare che risuonò nelle orecchie. Un’onda di calore lo invase, dalla nuca fino alla base della schiena. Quella frase, così cruda e inaspettata, accese qualcosa dentro di lui. Era stato sempre attratto dalle donne, certo, ma ultimamente, quel desiderio latente per i corpi maschili si era fatto più pressante, un richiamo inesplorato che ora sembrava quasi una promessa. Si ritrovò a osservare la schiena di Ivan, la linea dei muscoli che si muovevano sotto la maglietta.
Nell’ufficio, la signorina dai capelli raccolti gli sorrise, il suo tono professionale lo riportò alla realtà. Massimo concordò il pagamento, la consegna e il montaggio per tre giorni dopo. Ogni giorno che seguì fu un’agonia dolce, un’attesa carica di un’eccitazione insolita. Le ore sembravano allungarsi, i minuti strisciare. L’immagine di David, la sua frase sfrontata, si ripresentava nella mente di Massimo, alimentando una curiosità che si trasformava in un desiderio pulsante, un’impazienza quasi febbrile per l’arrivo dei tre uomini.
Il mattino del terzo giorno, il rombo di un furgone ruppe il silenzio della periferia. Roberto, Ivan e David erano puntuali. Roberto, con la sua aria da caposquadra, impartì le istruzioni ai due più giovani, indicando con gesti ampi dove scaricare e cosa montare.
«Torno più tardi a controllare il lavoro, ragazzi. Fatemi trovare tutto a posto,» disse Roberto, prima di salutare Massimo con un cenno del capo e ripartire con il furgone.
Ivan e David iniziarono a scaricare i mobili, i loro movimenti fluidi e coordinati, i muscoli che si tendevano sotto la divisa. Massimo li osservava dal portico, un calore strano gli saliva alla testa. I mobili, ingombranti e pesanti, venivano portati all’interno con una facilità sorprendente. Dopo un’oretta di lavoro intenso, con i primi pezzi già assemblati, Massimo si fece avanti.
«Ragazzi, vi va qualcosa da bere? Ho del liquore fatto in casa, una grappa alle erbe, se vi piace.»
Ivan e David si scambiarono un’occhiata rapida, un lampo di intesa che Massimo non riuscì a decifrare.
«Volentieri, grazie,» disse Ivan, il suo sorriso rivelò un dente leggermente storto.
Massimo tornò con tre bicchierini e una bottiglia di grappa artigianale. Il profumo intenso delle erbe si diffuse nell’aria. Mentre sorseggiavano, un silenzio denso si posò tra loro, rotto solo dal tintinnio dei cubetti di ghiaccio nel bicchiere di Massimo. Ivan e David continuarono a scambiarsi sguardi, ora più a lungo, quasi complici, che accendevano in Massimo una scintilla di speranza, un desiderio quasi muto.
«Fa un caldo qui dentro, non si respira,» commentò David, passandosi una mano sulla fronte.
«Già, un’afa incredibile,» Ivan annuì, le goccioline di sudore gli imperlavano la fronte e scendevano lungo le tempie. «Massimo, non ti dispiace se ci togliamo le magliette? Non riusciamo a lavorare così.»
Il cuore di Massimo accelerò.
«Certo, fate pure,» rispose, la voce un po’ più roca del previsto.
I due si sfilarono le magliette con movimenti rapidi e disinvolti. I corpi giovani e scolpiti si rivelarono, muscoli tesi, addominali definiti, la pelle lucida di sudore. Massimo non distolse lo sguardo, i suoi occhi si posarono su ogni contrazione, ogni goccia di sudore che scivolava lungo il petto e la schiena di Ivan, sul ventre piatto di David. L’aria si fece più densa, carica di un’elettricità palpabile.
«Massimo, scusa, ma devo pisciare,» David si interruppe, usando un termine così rozzo che Massimo ne fu quasi divertito. Quella schiettezza, quella mancanza di filtri, lo stuzzicava ancora di più.
«Il bagno è in fondo al corridoio, a sinistra,» Massimo indicò.
David si allontanò, le sue natiche sode che ondeggiavano leggermente sotto i pantaloni da lavoro. I minuti passarono, ma David non tornò. Ivan e Massimo si scambiarono un’occhiata.
«Vado a vedere che fine ha fatto, non vorrei si fosse addormentato sul cesso,» Ivan scherzò, ma c’era una nota strana nella sua voce.
Massimo lo seguì, spinto da una curiosità irrefrenabile. Arrivati davanti alla porta del bagno, Ivan bussò. Nessuna risposta. Provò ad aprire. La porta cedette.
La scena che si presentò ai loro occhi fece fermare il respiro a Massimo. David era lì, i pantaloni abbassati fino alle caviglie, le mutande a terra. Il suo cazzo, enorme e turgido, pulsava tra le sue dita. Gli auricolari nelle orecchie, e la luce bluastra dello schermo del cellulare illuminava il suo viso concentrato mentre guardava un porno. L’aria nella stanza si fece pesante, impregnata di un odore ferroso, quasi metallico, che Massimo riconobbe come l'odore di eccitazione.
Massimo sentì un'ondata di rabbia montargli, mista a un’estasi inattesa. Quel cazzo, così grande, così prepotente, lo aveva ipnotizzato. I suoi occhi indugiarono, più a lungo di quanto avrebbe voluto ammettere, su quella carne pulsante.
«David! Ma che cazzo fai?» Ivan esclamò, la voce più severa di quanto Massimo si aspettasse.
David si riscosse, gli occhi sgranati. Cercò di coprirsi, imbarazzato. Ivan lo rimproverò, gli ordinò di rivestirsi. Massimo, ancora scosso e con il respiro affannoso, uscì dal bagno, un mix di furia e desiderio che gli bruciava dentro.
I due operai tornarono nella sala da pranzo. David aveva un’aria contrita.
«Mi dispiace tanto, Massimo. Non so cosa mi sia preso. Scusami, davvero, avevo voglia di sborrare e non ho resistito» la sua voce era un sussurro. «Come posso farmi perdonare?»
Massimo non rispose subito. Il suo sguardo, come attratto da una calamita, scivolò verso i pantaloni di David. Sotto il tessuto, la protuberanza era inequivocabile. Il cazzo di David era ancora duro.
David comprese il segnale. Un sorriso furbo gli increspò le labbra. Senza esitare, si abbassò di nuovo i pantaloni e le mutande. Il cazzo, ora completamente libero, si erse, una colonna di carne scura e venosa. Era ancora più grande di quanto Massimo avesse visto prima, una visione che gli fece mancare il fiato.
David afferrò la testa di Massimo, gentile ma deciso, e la spinse verso il suo inguine. Il contatto fu un’esplosione di sensazioni. Il profumo acre del sesso sudato, il calore della pelle, la consistenza dura e vellutata della pelle del pene. Massimo non oppose resistenza. Cadde in ginocchio, le mani che si aggrappavano alle cosce di David. La lingua, quasi senza il suo comando, si protese, lambendo la punta del glande.
Un gemito sfuggì dalle labbra di Massimo. La sensazione era elettrica, sconvolgente. Cominciò a leccare, con una foga inaspettata, il cazzo di David. Ogni movimento della lingua, ogni succhiata, era un’esplorazione. Il sapore della pelle, un misto di sale e un che di selvatico, lo inebriava. Era tutto chiaro, in quell’istante. Il matrimonio, le donne, erano state solo una copertura. Era il cazzo che desiderava, il cazzo che lo eccitava, il cazzo che lo faceva sentire vivo.
Ivan, fino a quel momento in silenzio, si spogliò anche lui. La sua maglietta e i pantaloni caddero a terra, rivelando un corpo muscoloso, non meno imponente di quello di David. Il suo cazzo, anch’esso turgido, si ergeva, forse un po’ meno lungo di quello del collega, ma con una circonferenza impressionante. Ivan si avvicinò a Massimo, il suo membro pulsante che sfiorava il viso di Massimo, alternandosi a quello di David. Massimo si ritrovò a dividere la sua attenzione, la sua bocca, tra i due cazzi, ora leccando l’uno, ora succhiando l’altro, in un ritmo frenetico e inebriante.
«Sei proprio una troia, eh?» David grugnì, le mani affondate nei capelli di Massimo, guidando la sua testa.
«Una puttana vogliosa,» Ivan gli fece eco, il suo cazzo che premeva contro la guancia di Massimo.
Massimo sentiva le parole, ma non le registrava del tutto. Era troppo perso nella marea di sensazioni. Il suo corpo rispondeva, un gemito continuo che gli usciva dalla gola.
«Voglio il tuo culo, Massimo,» David dichiarò, la sua voce profonda e roca.
Massimo si bloccò per un istante. Il culo. Non aveva mai ricevuto un cazzo nel culo. Un brivido di paura lo attraversò. Il cazzo di David era enorme, sembrava il doppio del suo cazzetto. Il pensiero di quella carne che gli entrava dentro lo spaventava, ma allo stesso tempo, un desiderio proibito, una curiosità oscura, lo spingeva avanti.
«Non preoccuparti, piccola. Ci vado piano,» David sussurrò, le sue mani forti che lo rassicuravano.
David lo fece girare, lo spinse delicatamente a novanta gradi. Massimo si appoggiò al divano, le mani tremanti. Le natiche esposte, indifese. David si posizionò dietro di lui, la punta del suo cazzo che sfiorava l’ingresso anale. Un tocco leggero, poi una pressione più decisa. Massimo sentì uno stiramento, un bruciore acuto.
«Ahhh!» un urlo gli scappò dalle labbra.
«Respira, piccola, respira, tra un po' non potrai farne a meno» David lo rassicurò, spingendo lentamente, millimetro dopo millimetro.
Il dolore era intenso, ma pian piano, si trasformò in una sensazione di pienezza, di dilatazione. Massimo sentì il cazzo di David che gli penetrava più a fondo, squarciando le barriere. Il suo corpo si abituò, si rilassò. Il dolore si attenuò, lasciando spazio a un piacere crescente, un’onda che si propagava dal suo ano a tutto il corpo.
«Ancora… ti prego… continua!» Massimo ansimò, la sua voce supplicante.
David accelerò il ritmo, le sue spinte profonde e potenti. Ogni affondo era un grido di piacere che si liberava dalla gola di Massimo.
Ivan, che fino a quel momento si era masturbato con foga, la mano che stringeva il suo cazzo teso, non resistette oltre. Si avvicinò a Massimo, il suo membro che premeva contro le labbra semiaperte. Massimo, ancora nel pieno dell’estasi anale, aprì la bocca, accogliendo il cazzo di Ivan. La sua lingua si mosse, leccando, succhiando, mentre David continuava a scoparlo nel culo. Massimo era diviso tra due piaceri, due sensazioni estreme. La bocca piena del cazzo di Ivan, il culo dilatato dal cazzo di David, un’esperienza che lo travolgeva completamente.
Era passato parecchio tempo da quando Roberto era andato via. I due operai non rispondevano al telefono. Una punta di preoccupazione lo spinse a tornare alla villa di Massimo. La porta d’ingresso era socchiusa. Roberto la spinse, un presentimento strano che gli stringeva lo stomaco.
La scena davanti ai suoi occhi lo pietrificò. Massimo, completamente nudo, le natiche rosse e pulsanti, il cazzone di David che gli entrava e usciva dal culo con un ritmo forsennato. Il cazzo di Ivan gli occupava la bocca, la gola di Massimo che si contraeva a ogni spinta. I gemiti e gli urli di Massimo, un misto di dolore e piacere, riempivano l’aria.
«Sì! Scopami! Scopami forte, aprimi!» Massimo urlò, la voce roca e spezzata.
I tre si bloccarono di colpo. David e Ivan si ritrassero, i loro cazzi ancora grondanti di sudore e lubrificante. Un silenzio imbarazzante calò nella stanza. Ivan e David cercarono di inventare qualche scusa, balbettando frasi sconnesse, ma Roberto era su tutte le furie. Il suo viso era paonazzo, gli occhi iniettati di sangue.
Massimo, ripresosi dallo shock, si alzò, il corpo nudo che tremava leggermente. Si avvicinò a Roberto, un sorriso strano gli increspò le labbra.
«Calmati, Roberto. Non è colpa loro,» disse, la voce sorprendentemente calma. «Sono stato io. Li ho supplicati di scoparmi.»
Mentre parlava, la sua mano scivolò lentamente lungo la gamba di Roberto, fermandosi sulla stoffa dei pantaloni, proprio all’altezza del cavallo. Sentì una protuberanza, un leggero turgore. Un sorriso più ampio si disegnò sul volto di Massimo. Senza esitare, gli slacciò la cintura, e i pantaloni di Roberto scivolarono a terra, rivelando le mutande.
«Massimo! Ma che fai? Ho una moglie e delle figlie che mi aspettano a casa! Non posso fare queste cose!» Roberto protestò, la voce strozzata. Ma intanto, il cazzo nelle sue mutande cominciava a crescere vistosamente, spingendo contro il tessuto.
Massimo abbassò i pantaloni e le mutande di Roberto. Il suo cazzo, meno lungo di quello dei due giovani, ma decisamente più spesso, si erse, turgido e pulsante. Massimo non perse tempo. Si inginocchiò, con una foga inaspettata, e cominciò a leccare il glande di Roberto. Il sapore, il calore, lo inebriarono. Roberto gemette, un suono profondo che gli uscì dalla gola. Ogni protesta si spense, sostituita da ansimi e sospiri. Si abbandonò, le mani che si aggrappavano ai capelli di Massimo, guidando la sua bocca.
Massimo si rialzò, gli occhi che brillavano di un desiderio insaziabile.
«Ora mi dovete scopare tutti e tre,» disse, la voce ferma e decisa. «A turno, o anche tutti insieme. Fate tutto quello che volete. Altrimenti, mi lamento al servizio clienti.»
Roberto, Ivan e David si guardarono. La minaccia era chiara. E i loro cazzi, ormai completamente eretti, non sembravano avere obiezioni.
David fu il primo. Si riposizionò dietro Massimo, che si mise di nuovo a novanta. Il cazzo di David, ancora lubrificato, scivolò nell’ano di Massimo con meno resistenza questa volta. Massimo gemette, un suono profondo di piacere. Contemporaneamente, Roberto si inginocchiò davanti a Massimo, prendendogli il cazzo di Ivan in bocca. Il suo labbro si avvolse attorno al fusto, la lingua che leccava e succhiava con perizia.
Il ritmo si fece intenso. David spingeva con forza, il suo cazzo che entrava e usciva dal culo di Massimo con schiocchi umidi e profondi. Massimo urlava, il suo corpo che si inarcava ad ogni spinta. Roberto, con gli occhi chiusi, succhiava il cazzo di Ivan, il suo corpo che tremava leggermente.
Poi fu il turno di Ivan. Prese il posto di David nel culo di Massimo, mentre David e Roberto si scambiavano pompini, le loro bocche che si muovevano avidamente sui cazzi degli altri. Massimo era al settimo cielo, il suo corpo un’unica, grande onda di piacere.
«Troia! Vacca! Puttana!» i tre operai urlavano, i loro cazzi che si muovevano dentro e fuori, le loro voci che si univano in un coro di epiteti volgari.
Quando tutti e tre ebbero sborrato su Massimo, i loro corpi esausti crollarono sul pavimento. Massimo era ricoperto di sperma, i suoi occhi lucidi di piacere. Ma non era abbastanza. Il piacere del cazzo, una volta scoperto, era una droga. Ne voleva di più.
«Ancora! Voglio ancora!» Massimo supplicò, la sua voce rotta dall’eccitazione.
Ivan e David si rialzarono, i loro cazzi, anche se stanchi, si gonfiarono di nuovo. Si posizionarono dietro Massimo, che si mise di nuovo a novanta. Ivan e David penetrarono Massimo contemporaneamente, i loro cazzi che si spingevano e si contendevano lo spazio nel suo ano dilatato. Massimo urlava, un grido di piacere che risuonava nella stanza. Roberto si inginocchiò di nuovo davanti a lui, il suo cazzo che gli riempiva la bocca.
Massimo era al settimo cielo, la sua mente annebbiata dal piacere, il suo corpo un campo di battaglia di sensazioni estreme. I tre operai si alternarono, scambiandosi i ruoli, finché Massimo non ebbe preso due cazzi alla volta nel culo, e la bocca occupata dal terzo.
A fine giornata, il montaggio dei mobili non era ancora completato. Massimo, esausto ma felice, guardò i tre operai, i loro corpi stanchi ma i loro occhi che brillavano di un piacere condiviso.
«Dovrete tornare domani, allora,» disse Massimo, un sorriso malizioso sul volto. «Per finire di montare i mobili. E poi… per montare me.»
I tre annuirono, i loro sguardi che promettevano un ritorno. La villa, un tempo simbolo di solitudine, ora prometteva una nuova vita, inaspettata e carica di piaceri inesplorati. Massimo non vedeva l’ora.
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